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L’ISIS, una sfida per la nostra educazione?

Anche a Pordenone, come in ogni altra località d’Italia o d’Europa, si stanno vivendo con preoccupazione e interrogativi gli attentati dell’Isis, che si susseguono senza prevedibilità di tempi e di luoghi.

Varum? “Perché?”, diceva una scritta tedesca posta accanto ai fiori sull’asfalto insanguinato, dopo l’attentato al Fast Food di Monaco di Baviera. “Perché?”, si domanda il cittadino comune, colpito da uno stillicidio di attentati?

“Alla fine della lotta vinceremo noi”, vogliono rassicurarci i capi di stato europei. Ma come vinceremo? E perché questa lotta condotta in prevalenza da giovani attratti dalla forza della religione islamica? Le risposte della politica sono in affanno rispetto a un fenomeno che vede un’Europa divisa su politiche, valori e stili di vita. Per comprenderlo non bastano i tentativi di spiegazione a gesti di soggetti patologici o di giovani fanatizzati all’ultima ora. Al fondo dell’ostilità verso la nostra cultura c’è una convinzione diffusa nella galassia dell’Islam: l’Europa e l’Occidente sono in irrimediabile degrado, come dichiarano i documenti abbandonati dall’Isis in fuga da Sirte. Pertanto la civiltà islamica è certa che, nonostante le sue diversificazioni interne, è destinata a conquistare il mondo occidentale. E la legge coranica, che include unitariamente dimensioni religiose, sociali e politiche, potrà estendersi là dove leggi e valori sono in palese dissolvimento.

Ne sono particolarmente persuasi i giovani islamici. Soprattutto quando hanno visto e sperimentato le forme di evasione, di consumismo e di fatue euforie di tanti nostri stili di vita. Non integrati, insoddisfatti e ribelli, diventano facile preda di una folgorazione religiosa integralista. All’idea di aggregarsi a poteri vincenti, con la convinzione di un destino sociale glorioso e di una ricompensa oltre la morte, sono galvanizzati dalla missione della cultura islamica universale. Per questo pensano un dovere distruggere un mondo corrotto, nelle sue espressioni più tipiche: un giornalismo dalla satira blasfema, persone e luoghi di spettacoli frivoli, punti di distribuzione di prodotti consumistici e rappresentanti di un sacro, il cristianesimo, considerato una religione fuorviante.

Dovremo abituarci a convivere con tutto questo, come ci viene diffusamente consigliato? In realtà non siamo ancora in grado di prevedere l’esito di questo incontro epocale di culture, che non sarà certamente un fenomeno transitorio.

I dubbi toccano la permanenza della nostra identità socio-culturale. Più che l’Isis deve preoccuparci la nostra fragilità. A Pordenone e in Europa come vengono vissuti i concetti di libertà, uguaglianza, onestà civile, solidarietà sociale, rispetto della verità, educazione? Non sono punti di riferimento univoci paesi europei tuttora pervasi da tracce remote di colonialismo, di particolarismi nazionalistici o impostati su modelli di vita individualistici e consumistici. Né offrono esempi sicuri vari dei nostri rappresentanti della politica nazionale, delle amministrazioni locali, dell’economia e della finanza.

Guardando al futuro dei nostri figli ci chiediamo quanto saranno in grado di affrontare la sfida di una possibile penetrazione islamica. Perché l’identità in formazione di bambini e adolescenti risentirà dei valori su cui crede e si fonda la nostra società. Dipenderà cioè da noi: persone, famiglie e istituzioni, attraverso l’educazione. Un’educazione che non è semplice trasmissione verbale di principi o di norme di comportamento. E’ accompagnamento partecipe ai passi dello sviluppo, offrendo direzione, energia e motivazioni all’impegno, perché il gusto di vivere secondo ideali e valori diventi l’apice delle esperienze di crescita.

Purtroppo viviamo in contesti fragili sotto il profilo educativo. Ormai esiste una varietà pressoché incontrollabile di fonti di influenza, mentre le istituzioni formative tradizionali, come la famiglia, la scuola e la chiesa hanno diminuito sensibilmente la loro incidenza. Di conseguenza i valori circolanti appaiono frammentati e incoerenti. Urge pensare a un patto sociale per l’educazione. Il cambiamento in meglio è sempre possibile. Partendo dalla consapevolezza dei problemi, può nascere un senso di responsabilità collettiva verso obiettivi condivisi, come quello impellente di salvaguardare la nostra identità culturale e preparare una consegna di civiltà ai nostri figli. L’educazione resta sempre la forma principe di prevenzione: non solo verso alcol, droga, gioco, bullismo, disimpegno ed evasione, ma anche verso un incontro costruttivo con altre culture, compresa quella islamica. Tra noi non mancano sensibilità circolanti su questi temi. Ci auguriamo che si sviluppi un movimento attivo di cittadinanza per l’educazione, che sta sorgendo anche nella nostra Pordenone.

 

Giorgio Tonolo, presidente ASFE

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